La Cassazione sul buying agency agreement

18 gennaio 2017

La Cassazione a Sezioni Unite ha pronunciato a fine anno un’interessante sentenza in tema di buying agency agreement (Cass. Civ. S.U., 28 dicembre 2016, n. 27072).

Nel buying agency agreement ricorrono generalmente elementi di diversi contratti tipici quali il mandato, l’appalto e il contratto d’opera. Con l’accordo di buying agency, infatti, l’agente si impegna verso il buyer ad una serie di prestazioni funzionali all’attiva presenza nel mercato (assistenza, consulenza, indagini di mercato, ricerca di offerte, negoziazioni, monitoraggio, supervisione, visita di fiere settoriali, rapporti con i produttori etc.) e non limitate alla conclusione di contratti.

Con la richiamata sentenza la Corte di Cassazione ha riconosciuto la derogabilità della giurisdizione italiana nel buying agency agreement in ragione della natura atipica dell’accordo.

Il caso sottoposto alla Suprema Corte ha riguardato un contenzioso sorto nell’ambito di un contratto di buying agency che, a fronte delle prestazioni in capo all’agente (s.r.l. italiana), prevedeva la corresponsione da parte del buyer (grande società statunitense del settore della moda) di un consistente compenso fisso annuale unitamente ad un corrispettivo parametrato al valore degli acquisti conclusi. Il contratto contemplava una clausola compromissoria per arbitrato statunitense.

In seguito al recesso del buyer, l’agente aveva incardinato un giudizio innanzi al Tribunale di Firenze, che però ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione in ragione della clausola compromissoria pattuita.

Ricorrendo alla Suprema Corte, l’agente ha sostenuto la tesi dell’inderogabilità della giurisdizione del giudice nazionale in forza della riconducibilità dell’accordo in essere alla figura tipica del contratto di agenzia. Da ciò sarebbe derivata, sempre nella prospettazione del ricorrente, l’indisponibilità nel caso di specie dei diritti di cui all’art. 1751 c.c. e, per l’effetto, l’inderogabilità della giurisdizione italiana sulla base dell’art. 4, comma 2, della l. n. 218/1995.

La Suprema Corte ha respinto la tesi del ricorrente, rilevando che le plurime prestazioni contrattualmente a carico dell’agente, comprendenti gli “atipici obblighi di ricerca di mercato, di assistenza e interpretariato nei negoziati e nei reclami, di monitoraggio degli ordini, di supervisione della qualità e delle spedizioni, di documentazione degli affari e d'ispezione presso i produttori” esorbitavano dalla tipicità del contratto di agenzia, non potendosi ritenere meramente strumentali alla conclusione di contratti. Era poi previsto un compenso fisso e molto significativo, incompatibile con il contratto di agenzia.

Esclusa allora la riconducibilità dell’accordo al contratto tipico di agenzia, le Sezioni Unite hanno statuito l’inoperatività dell’art. 1751 c.c. e dunque l’assenza di preclusioni alla derogabilità pattizia della giurisdizione italiana.

La richiamata decisione può risultare interessante in prospettiva futura anche in ragione dei profili innovativi del contratto atipico di buying agency, del quale pare riscontrarsi già una certa diffusione nel territorio nazionale in quanto strumento utile per l’approdo al mercato italiano da parte di operatori economici stranieri. L’arresto della Suprema Corte potrebbe allora dare ulteriore impulso all’interesse per questo schema contrattuale, in particolare presso soggetti stranieri che, volendo operare nel mercato italiano, sentano comunque l’esigenza di affidarsi per le controversie ad una giurisdizione altra da quella nazionale, ragionevolmente quella del paese di provenienza.

GG

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